Archivio mensile:luglio 2015

Chiuso per ferie…

…ma è probabile che ogni tanto scriverò qualche riga veloce di consigli classici sui film in prima serata nelle reti free-to-view, oppure le prime impressioni sui film in sala come Terminator: Genisys o gli imminenti Ant-Man e Pixels (se riuscirò a vederli). In ogni caso buone vacanze, ci si rivede tra qualche settimana.

P.S. Ex Machina l’ho già visto ed è una piccola bomba.

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Milano odia: la polizia non può sparare

Milano_odia_la_polizia_non_puo_sparareRAI MOVIE (canale 24) ore 21:15

Si discute spesso tra amici della differenza tra il cinema italiano odierno e quello tra i ’60 e gli ’80. Ha tanti problemi il cinema contemporaneo, sui quali ci sarebbe da scrivere libri interi, ma uno di questi è il fatto che non racconta la realtà. Peggio, pretende di raccontarla attraverso dei luoghi comuni inesistenti o comunque rari oppure attraverso la derisione delle nostre tragedie quotidiane e alla fine ciò che fanno è spingerci a credere che il vissuto sia quello su schermo. Un vissuto però messo in scena (a volte involontariamente, spesso furbamente) come fosse un continuo carnevale, anche nei film che si presentano come drammatici. In altre parole: da secoli società e cultura si influenzano a vicenda controbilanciandosi, ora il rapporto è a senso unico con l’arte che pretende di indirizzare la società senza conoscerla. Film come questo risentivano di una certa situazione sociale, la contestualizzavano e ne estrapolavano un pensiero che a volte era anche ruffiano, cerchiobottista o reazionario, ma la radice unica era sempre e solo quella popolare, quella delle piazze, della gente che viveva dell’essenziale, della massa insomma. Ne risultavano pellicole che anche oggi sembrano profonde, intime e intense in ragione del fatto che è il nostro quotidiano ad essere così.

Non fa eccezione Milano odia di Umberto Lenzi, un film che parla di un’Italia purtroppo ancora molto vicina alla nostra: racconta di un popolo lasciato ai suoi drammi dalle istituzioni disinteressate e arrendevoli e che sfoga la sua disperazione nella violenza. Lenzi però narra senza legittimare o patteggiare. Il protagonista è un figlio del proletariato, disoccupato e dedito alla miseria, le sue brevi e dirette invettive sono anche giuste e coscienziose, ma lo spettatore non è mai portato a simpatizzare per lui: Giulio Sacchi rimane comunque un assassino spietato e megalomane che compie azione crudelissime (anche quando non uccide) e che si crede il più intelligente, anche se a salvarlo sarà solo l’inettitudine di chi dovrebbe preservare la nostra incolumità. E anche il poliziotto sebbene mosso da ideali puliti e nonostante abbia a cuore il ruolo che gli compete, alla fine anche lui si piegherà a delle leggi che dovrebbero essere più adatte a una giungla piuttosto che a una società civile.

Il realismo esplode in ogni scelta, dalle scene degli omicidi alla scenografia fino all’interpretazione di tutti gli attori (specie un Milian grandioso) e non si smarrisce nel bellissimo finale in cui la vendetta prende forma, ma non sfocia nell’eroismo celebrativo, bensì in una presa di coscienza, nella consapevolezza che la violenza non è mai giustificabile, nemmeno quando non sembra esserci altra scelta.

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Il labirinto del fauno

4286_bigRAI 4 (canale 21) ore 21:10

Le trecento parole che in genere compongono i miei articoli non basterebbero neppure a spiegare in superficie cos’è il film, ed infatti sul web gli approfondimenti si sprecano. Nonostante la profondità di intenti Del Toro riesce a creare un’opera godibile anche da chi cerca il puro intrattenimento o chi spera di trovarci del romanticismo a tutti i costi o chi è ossessionato dalla componente sociale e politica. Ognuno ci può trovare una parte di sé, ognuno può estrapolare quella componente che gli permette di sentirsi parte della storia e di riconoscersi dentro.

Dopo La spina del diavolo, Guillermo del Toro torna ad occuparsi della Spagna post guerra civile, dominata dal franchismo che si apprestava a reprimere ogni minuscola fiamma rivoluzionaria. Lo fa attraverso gli occhi di una bambina, Ofelia, che si ritrova a dover subire la spietatezza del capitano dell’esercito franchista Vidal, secondo marito di sua madre Carmen. La fantasia e l’innocenza fanciullesche sono le prime ad essere uccise dall’autoritarismo, ma sono anche il mezzo per crearsi un rifugio, un modo per esorcizzare crudeltà ed efferatezze che circondano la ragazzina. L’ingenuità di Ofelia la rende libera e la sua volontà di cambiare le piccole cose che le stanno a cuore la portano a cercare aiuto nella sua fervida immaginazione. La fantasia della mente, unita alla purezza dell’animo, creano un mondo fantastico, ma forse più vero della vita stessa, un mondo speculare alla realtà dove la costrizione diventa scelta, dove non si è deboli e impotenti e le prove da affrontare si superano divenendo coscienti delle proprie forze.

Il percorso spirituale di Ofelia attinge dalla letteratura classica, dall’esoterismo e dalla mitologia, sia nella forma che nei contenuti: il complesso di Crono, l’importanza data agli occhi, l’iniziazione, la guida spirituale Pan, il superamento di alcune prove, le tentazioni del mondo materiale, lo scontro tra opposti, la punizione divina, il sacrificio finale. Elementi fantastici e reali si mescolano e si completano con un tale equilibrio che riesce difficile dissociarli e non confonderli, rendendo questo film unico nella sua semplicità, pregno di domande le cui risposte sono “visibili solo agli occhi di chi sa guardare”.

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