Predestination | Giovani si diventa | Babadook

Predestination

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I viaggi nel tempo sono un argomento affascinante, ma spinoso e spesso sono trattati con una superficialità imbarazzante, oppure andando a scomodare strani concetti metafisici cercando una complessità inutile e trovando solo noia. Per questo motivo quando ti trovi davanti un film che non si incarta, non abusa del concetto di “viaggio nel tempo” e tiene alta la tua attenzione per tutti i 90 minuti, non puoi che rimanere soddisfatto e quasi sorpreso. Ethan Hawke si conferma bravissimo, ma anche l’altra protagonista Sarah Snook regge benissimo il confronto; la storia parte da un assunto semplice (l’ultima missione pre-pensionamento di un agente), cresce ponendo in modo semplice questioni molto complesse (la lotta contro il terrorismo, l’identità di genere, il valore della diversità), ma soprattutto ha il coraggio di arrivare fino in fondo con un finale che fa confluire i vari fili narrativi e svela senza lasciare in sospeso. Il colpo di scena è intuibile dopo un quarto d’ora, ma ciò non toglie nulla alla pellicola, che non sarà bellissima, ma è quadrata, mai pretenziosa e intrattiene senza ammiccare al pubblico.

Giovani si diventa

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Noah Baumbach ormai è riuscito a farsi un nome e la sua notorietà è molto cresciuta dal bel Il calamaro e la balena fino a Frances Ha, che lo ha giustamente consacrato. La non convenzionalità e la schiettezza erano presenti anche negli altri suoi film, ma qui sembra incazzatissimo. Sono innumerevoli gli spunti di riflessione: c’è la classica storia di una coppia sposata, senza figli non per scelta ma per destino, che si trova ad affrontare un fisico che non va più di pari passo con la mente e degli amici che sembrano lontani anni luce dai loro interessi; c’è il contrasto tra la generazione degli anni ’90 che riutilizza abitudini del passato con superficialità solo perché fa tendenza, e quella di Josh e Cornelia che invece fanno di tutto per conformarsi e assecondare i vizi che il capitalismo moderno ci propina spacciandoceli per necessari; c’è anche un discorso metacinematografico più ampio che colpisce soprattutto l’arrivismo di giovani disposti a tutto pur di raggiungere il successo. A infastidire è la mole eccessiva di spunti presenti e il fatto che poi in fondo è solo l’ultimo punto della frase precedente a venir fuori con maggiore prepotenza. Alla fine a venir meno è l’equilibrio e la mancanza di profondità con la quale vengono espressi alcuni concetti. Il film comunque merita perché alcuni dialoghi sono efficaci, la chimica tra gli attori è esemplare e anche i difetti espressi non lo banalizzano, ma al massimo lo rendono più leggero del dovuto, il ché per qualcuno potrebbe essere perfino un pregio.

Babadook

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Di Babadook non voglio dire quasi niente, se non che è bellissimo e uno dei migliori horror degli ultimi dieci anni (ma solo perché ho una memoria cortissima). Le citazioni si sprecano, da Kubrick a Bava a Murnau; le interpretazioni dei due attori, Essie Davis e Noah Wiseman, sono da brividi; spaventa giocando solo con i movimenti di macchina e la fotografia e inquieta facendo anche commuovere per la situazione tragica che vivono i due protagonisti, non compresi da nessuno e lasciati sostanzialmente soli nella gestione del lutto. Un film che parla del rapporto difficile e morboso tra una madre e un figlio, del fatto che confrontarsi col proprio passato vuol dire confrontarsi con se stessi e che evitando ciò si alimentano le paure e i mostri che ci portiamo dentro. Ci dice semplicemente quanto sia sbagliato negare un passato doloroso, che si può andare avanti solo accettandolo e imparando a convivere con esso. Ostenta perfezione, anche se in alcuni punti secondo me la trova, ma è comunque da vedere e rivedere, possibilmente al cinema. Appuntatevi il nome della regista perché merita: Jennifer Kent.

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