Archivio mensile:novembre 2015

Transamerica

LAEFFE ore 21:05

Il ritratto della moderna società occidentale è impietoso nel primo e unico film di Duncan Tucker. Una società che crolla sotto i suoi stessi ideali perbenisti e fallisce nel tentativo di diffondere un malsano conservatorismo medio borghese che ripudia il diverso solo quando non capito, che è cristiano solo quando conviene esserlo, accogliente solo quando si pensa non metta in pericolo il microcosmo menzognero e ipocrita creatosi attorno. Eppure anche Bree si dimostra intransigente, quanto quelli che la allontanano, quando insiste a voler rifiutare un passato che invece deve accettare per poter accogliere il suo nuovo “io”. Perché può essere diverso nella forma, ma la sua identità non è cambiata, è sempre lui in nuove vesti. Il non sentirsi a proprio agio con se stessi non è solo una questione sessuale, è una questione ben più ampia, e ogni volta il superamento di questo malessere passa prima attraverso un cambiamento interiore, solo dopo (e non necessariamente) dell’aspetto. Cambiare vuol dire ritrovarsi, non perdersi. Di questo prende coscienza la nostra protagonista, quando il passato torna nelle vesti di un figlio nato da un rapporto occasionale (dice lei), un altro reietto, l’ennesimo ai margini di una società malata dalla radice. E più che per la propria sessualità, Bree si ritrova a lottare per una normalità che gli altri (e forse anche se stessa) si ostinano a non concederle. Non importa: l’importante per ognuno di noi è costruirci il proprio rifugio personale di felicità. Misero forse, sincero sicuramente. E noi saremo sempre pronti ad accogliere dentro solo chi è pronto ad arricchirlo.

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Giorno 2

L’odio

In un giorno come questo, a qualche ora da ciò che avete visto e sentito voi tutti, non saprei davvero cosa dire. E se dicessi qualcosa sarebbe solo sbiascicato, banale, tremante, inconcludente. L’unica cosa che posso fare è ciò che faccio sempre. Consigliare un film. Scusatemi se potrò risultare a qualcuno di voi inopportuno o scontato. È tutto quello che posso.

32044

Giorno 1

The Lobster

Ho avuto la fortuna di scoprire Lanthimos ad un ciclo di incontri sul cinema greco. Non ne avevo mai sentito parlare, e forse è stato un bene, perché ho potuto apprezzare i suoi film senza filtri, se non quello del ragazzo (molto bravo) che ha introdotto il suo cinema, lasciando però alle nostre menti ampi margini di libera critica personale. Kinetta è un lavoro un po’ acerbo a tratti, ma già si nota che Yorgos è una persona che ha (più di) qualcosa di non banale da dire al mondo. Kynodontas è un pugno nello stomaco, nel senso più positivo possibile, ti stordisce con con quell’ironia malinconica che mette a nudo colpe, dubbi, errori individuali e sociali. Senza mai eccedere in enfasi. Arrivando sempre dritto al punto evitando di assolvere o condannare completamente alcun personaggio, con una forma che non è mai virtuosismo. Alpeis è il lavoro della maturità. Nel precedente film aver circoscritto la vicenda in un microcosmo lontano dal nostro quotidiano permette allo spettatore in qualche modo di provare empatia, ma osservando da lontano. Qui la storia si snoda tra le strade di una comune città, in una palestra, tra le mura di una normalissima casa in un tranquillo quartiere. Ogni emozione si annulla, perché i protagonisti provengono dal nostro mondo, vivono vite vicine alla nostra, sono cresciute sotto le nostre stesse regole. Difficile guardarlo con distacco e, di conseguenza, difficile ammettere in toto la bellezza del film.

Con The Lobster sfonda la porta. Utilizza elementi ignoti al suo cinema, ma più vicini all’idea comune (musica extradiegetica, voce fuori campo, ironia più di grana grossa) e si rende accessibile. Per qualcuno possono essere dei difetti, per me sono la svolta per una possibile consacrazione. Come lo sfondare una porta. Può suscitare fastidio, ma se presa nell’ottica di un’emergenza è una manna dal cielo. L’emergenza di faticare a trovare un’aria nuova, ma pulita in un cinema stantio, che da una parte si riempie di remake e baracconate da circo, dall’altra di infarcisce di pathos e retorica, si autocelebra dimenticandosi del carattere divulgativo, rimanendo confinata in una nicchia d’oro, ma inaccessibile. The Lobster è tra i migliori film dell’anno perché si respira cinema in ogni scena, perché c’è voglia di raccontare e farsi raccontare, perché non cede al gusto comune, ma lo adatta al suo stile. Una fotografia immensa e Colin Farrell nel ruolo della vita completano l’opera.

I protagonisti dei film di Lanthimos siamo noi. E la cosa triste è che non ce ne siamo ancora resi conto.

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Una vita da cinefilo

Articoli, rubriche e recensioni a cura di Alessio Trerotoli

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