Giorno 1

The Lobster

Ho avuto la fortuna di scoprire Lanthimos ad un ciclo di incontri sul cinema greco. Non ne avevo mai sentito parlare, e forse è stato un bene, perché ho potuto apprezzare i suoi film senza filtri, se non quello del ragazzo (molto bravo) che ha introdotto il suo cinema, lasciando però alle nostre menti ampi margini di libera critica personale. Kinetta è un lavoro un po’ acerbo a tratti, ma già si nota che Yorgos è una persona che ha (più di) qualcosa di non banale da dire al mondo. Kynodontas è un pugno nello stomaco, nel senso più positivo possibile, ti stordisce con con quell’ironia malinconica che mette a nudo colpe, dubbi, errori individuali e sociali. Senza mai eccedere in enfasi. Arrivando sempre dritto al punto evitando di assolvere o condannare completamente alcun personaggio, con una forma che non è mai virtuosismo. Alpeis è il lavoro della maturità. Nel precedente film aver circoscritto la vicenda in un microcosmo lontano dal nostro quotidiano permette allo spettatore in qualche modo di provare empatia, ma osservando da lontano. Qui la storia si snoda tra le strade di una comune città, in una palestra, tra le mura di una normalissima casa in un tranquillo quartiere. Ogni emozione si annulla, perché i protagonisti provengono dal nostro mondo, vivono vite vicine alla nostra, sono cresciute sotto le nostre stesse regole. Difficile guardarlo con distacco e, di conseguenza, difficile ammettere in toto la bellezza del film.

Con The Lobster sfonda la porta. Utilizza elementi ignoti al suo cinema, ma più vicini all’idea comune (musica extradiegetica, voce fuori campo, ironia più di grana grossa) e si rende accessibile. Per qualcuno possono essere dei difetti, per me sono la svolta per una possibile consacrazione. Come lo sfondare una porta. Può suscitare fastidio, ma se presa nell’ottica di un’emergenza è una manna dal cielo. L’emergenza di faticare a trovare un’aria nuova, ma pulita in un cinema stantio, che da una parte si riempie di remake e baracconate da circo, dall’altra di infarcisce di pathos e retorica, si autocelebra dimenticandosi del carattere divulgativo, rimanendo confinata in una nicchia d’oro, ma inaccessibile. The Lobster è tra i migliori film dell’anno perché si respira cinema in ogni scena, perché c’è voglia di raccontare e farsi raccontare, perché non cede al gusto comune, ma lo adatta al suo stile. Una fotografia immensa e Colin Farrell nel ruolo della vita completano l’opera.

I protagonisti dei film di Lanthimos siamo noi. E la cosa triste è che non ce ne siamo ancora resi conto.

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