Archivio mensile:aprile 2016

Il pianista

13_bigIRIS ore 21:00

 

Titolo originaleThe pianist 

Paese/Anno: Regno Unito, Francia, Polonia, Germania 2002

Genere: Drammatico

Regia: Roman Polański

Sceneggiatura: Ronald Harwood

Fotografia: Paweł Edelman

Attori: Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Emilia Fox, Ed Stoppard

Commento: De Il Pianista si è detto ormai tutto e il contrario di tutto. La Storia è quella che conosciamo; lo sguardo che sceglie Polanski è quello di un pianista, un uomo tranquillo, schivo, anche un po’ codardo, una persona comune si potrebbe dire, che cerca all’inizio di spegnere le mire rivoluzionarie del fratello dal carattere opposto, che vorrebbe semplicemente suonare un piano e vivere in disparte. Uno sguardo che non ha conosciuto i campi di concentramento, che in modo assurdo si potrebbe chiamare “fortunato” e che si ritrova a rivolgersi impotente, come un voyeur involontario, verso la crudeltà e l’efferatezza naziste attraverso un foro nella finestra, verso l’orrore che non conosce genere o età e non comprende debolezze. Un cinema che non spettacolarizza il colpo di pistola, perché tende a renderlo uno dei tanti, troppi; non enfatizza la violenza perché diventa istinto ordinario, l’unico concesso; non assolve la vittima né condanna il carnefice solo in quanto tali, ma secondo le azioni di cui si rendono partecipi. Cinema che non punta alla lacrima, ma alla coscienza.

 

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A 30 secondi dalla fine

A_30_secondi_dalla_fine_1985PARAMOUNT CHANNEL ore 21:10

 

Titolo originaleRunaway Train 

Paese/Anno: USA, Israele 1985

Genere: Drammatico

Regia: Andrej Končalovskij

Sceneggiatura: Djordje Milicevic, Paul Zindel, Edward Bunker

Fotografia: Alan Hume

Attori:  Jon Voight, Eric Roberts, Rebecca De Mornay, John P. Ryan

Commento: L’azione come pretesto per lo studio dei caratteri umani. Runaway Train (da un soggetto di Akira Kurosawa) parte come dramma carcerario, ma non cessa di esserlo nemmeno quando la trama vira verso una corsa contro il tempo, dentro un treno senza macchinista (metafora sottintesa alla narrazione) sparato verso una fine da definire. Il nichilismo, la ferocia e l’alienazione alimentati dentro una gabbia non scompaiono una volta fuori, la libertà non è solo fuga, ma esige un cambiamento. In questo modo il “luogo” assume significato più allegorico e spirituale che materiale e ciò preclude alla vita chi ha imparato a tenere i propri confini a portata dei nostri sensi, adattandosi quasi in simbiosi con essi. Un animale cresciuto in gabbia, seppur forte e coraggioso, messo in libertà nel suo habitat naturale ha meno chance di sopravvivere di quante non ne avesse durante la prigionia. Jon Voight matura questa consapevolezza durante la folle corsa del treno, momenti che diventano l’occasione per scavare in profondità dentro anime umane profondamente diverse e, per questo, con destini che saranno completamente differenti. In mezzo si sviluppa la caccia all’uomo del direttore del carcere, inadatto alla vita quanto i detenuti che lui disprezza e soggioga, e i tentativi di fermare il treno da parte di uomini d’ufficio mossi più da motivi opportunistici che da altruismo e bontà verso il prossimo. Un ritratto cupo di un mondo dominato da odio, sentimenti di sopraffazione e pressappochismo generale.

 

In alternativa: Terra di confine - Open Range di Kevin Costner (IRIS 21:00)

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La foresta dei pugnali volanti

IMG_3944CIELO ore 21:15

 

Titolo originale: Shí miàn mái fú 

Paese/Anno: Cina, Hong Kong 2004

Genere: Commedia

Regia: Zhang Yimou

Sceneggiatura: Li Feng, Wang Bin, Zhang Yimou

Fotografia: Zhao Xiaoding

Attori: Takeshi Kaneshiro, Andy Lau, Zhang Ziyi, Song Dandan

Commento: Coreografico, elegante, ma mi è apparso senz’anima, al di là dei palesi buchi di sceneggiatura, che comunque non bastano da soli, almeno per quanto mi riguarda, a rendere un film di scarso interesse. Il consiglio è giustificato dal fatto che quest’opera può essere un buon entrée al cinema orientale e, in particolare, cinese. Si parla di Oriente e come di consueto vi rimando alla recensione del sito Asian Feast (link alla recensione qui sotto). 

Recensione di AsianFeast.org su La foresta dei pugnali volanti

 

In alternativa: Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch (TV2000 21:00)
Cosa vedrò: Il Padrino di Francis Ford Coppola (PARAMOUNT CHANNEL 21:10)
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Giorno 5

Appuntamento al buio

 

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A parte il solito castorino e alcuni articoli sparsi qua e là (Ghezzi onnipresente), di Blake Edwards si trova davvero poco. Forse è ancora troppo presto per leggere serie e approfondite retrospettive, perché la sua opera è divenuta chiave nella comprensione del percorso storico del cinema più per i nostri contemporanei che per i suoi. Edwards è uno di quelli che si colloca a metà, tra i registi “classici” morti prima del 1968 – l’anno zero a livello politico, sociale e culturale – e i membri della New Hollywood, movimento che (come la Nouvelle Vague) ha influenzato il cinema più per i figli generati (Scorsese, Coppola ecc) che per la “rivoluzione” di cui si faceva portatore. Proprio la sua difficile collocazione, unita al suo eclettismo e alla predilezione per il mescolamento dei generi, lo ha portato a scontrarsi con lo snobismo di una critica miope (allora come ora), produzioni che tendevano a soggiogare e imporre (allora come ora) e la poca attenzione del pubblico che, oltre a guardare spesso opere girate da Edwards ma tagliate e montate a sua insaputa, preferiva film dalla più facile identificazione. Esso – il pubblico – , si sa, vuole avere il controllo, sapere ciò che sta guardando, etichettare con la maggiore precisione possibile, cosa che con William Blake Crump (suo nome all’anagrafe) risulta improponibile: c’era chi rimaneva chiuso nel suo pregiudizio, continuando a ritenerlo autore di commedie “popolari” (come se fosse negativo) e c’era chi riusciva a cogliere lo slapstick unito, con così tale naturalezza, ad elementi da sophisticated comedy, ma ne rimaneva stranito, turbat0. Non è stato il primo a farlo, ma come già detto è cascato probabilmente in un’epoca sbagliata, troppo giovane per riuscire a far apprezzare i rimandi a Lubitsch, troppo vecchio per cogliere l’attenzione del pubblico post-Vietnam, quello che sarà intrappolato nella piacevole prolissità del grande Allen. È un discorso di massima ovviamente, che però, a ben guardare, non ha avuto molte eccezioni nella sua filmografia (Colazione da Tiffany, La Pantera Rosa), ed è un discorso che non cerca di assolvere il regista in toto, colpevole forse di non essere riuscito appieno ad adeguarsi ai nuovi temi, alla nuova retorica, ai nuovi problemi. Appuntamento al buio fornisce così il pretesto per avvicinarsi al suo cinema, perché dentro si riesce a cogliere già buona parte della sua poetica, sebbene egli si sia sempre divincolato da qualsiasi accezione “autoriale”; ne prendiamo atto ma sappiamo quanto gli artisti tendano all’iperbole quando parlano di sé stessi, da un verso o dall’altro: talvolta ingigantiscono, in altre occasioni denigrano eccessivamente, in ogni caso difficilmente potremmo trovare piena oggettività. In Blind Date (titolo inglese), dicevamo, si scopre un ritorno alle origini, al cinema precedente la svolta drammatica post Colazione da Tiffany, un ritorno all’happy end. Sfrutta una struttura classica per la commedia (il giovane che si innamora di una ragazza e che trova impedimento in un rivale, finché la svolta alla trama porta infine alla conciliazione), ma la adatta al suo stile: l’amore verso personaggi (positivi) che appaiono fuori luogo e inadeguati, gli esclusi, i perdenti, contrapposti ai personaggi (negativi) che rappresentano il simbolo di una monotona società precostruita; la follia come forza che libera dalle catene sociali, crea una via d’uscita dalla tragedia attraverso la farsa; la disperazione che aleggia anche intorno ai momenti più comici e irriverenti; l’happy end, già citato, che non riporta a un equilibrio (come spesso accade in una commedia) in quanto visto come neo della vita e falso approdo, ma a un disequilibrio che si fa portatore di una nuova vita, più folle e più vera. Può essere quindi un inizio, un buon punto di partenza, per riscoprire un’opera che non è solo Sellers e Hepburn, una filmografia estremamente variegata, con qualche basso, ma con la sensazione che la mano dietro allo spettacolo sia sempre la stessa, anche nei momenti più bui, anche quando era costretto a subentrare e finire un lavoro non suo, anche quando veniva allontanato dal set, perché in costante guerra contro chi cercava di imporgli scelte con l’unico e solo obiettivo di monetizzare il più possibile.

In onda stasera su PARAMOUNT CHANNEL ore 21:10

 

 

In alternativa: Seduzione pericolosa di Harold Becker (LA7D 21:10)
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