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Amleto²

Oggi recensione d’eccezione in tutto. Si parla di Teatro e a scrivere è Silvia, una ragazza in gambissima che ha voluto dare il suo piccolo contributo a questo blog neonato. Buona lettura.

 

Amleto21Quando si alza il sipario, un Amleto sfatto, quasi dormiente sul suo trono, sospira lamentoso che è il quattordici luglio del 1601. Sabato, specifica, e il giorno dopo, semplicemente, domenica. Una battuta apparentemente priva di significato, così ovvia da sembrarci inutile, se non fosse che proprio questa inutilità ci suggerisce che così è, così sarà, e così deve essere sempre. Inquadrando con una riflessione fulminea l’intero spettacolo.

In Amleto² – Il popolo non ha pane? Diamogli le brioche Filippo Timi parla di Destino, o meglio di destini. I destini di ognuno di noi, quella strada che dobbiamo percorrere senza possibilità alcuna di fuga: ce lo dice la soubrette che introduce lo spettacolo, ocheggiando che non possiamo farci niente se è così stupida e illusa, lei “è nata bionda nella testa”, e non importa il fatto che senta quel ruolo pesarle addosso come un macigno. Quello è destinata ad essere, una barbie con velleità artistiche, e quello sarà per tutta la vita (o fino alla morte). E ce lo dice anche Timi, nei panni di un Amleto che inizia il suo spettacolo con la mano destra e la bocca già insanguinate, intrappolato in un eterno 14 luglio 1601, quello in cui fingerà la sua follia ancora una volta per vendicare il padre morto, e scagliarsi contro la madre puttana, portando la povera Ofelia al suicidio per l’ennesima volta. Non che lo voglia, perchè quando il fantasma del padre lo invita alla vendetta contro la madre e lo zio, colpevoli della sua morte, questo Amleto maturo e ormai stanco si lamenta: “sembra facile dire: uccidi uno!”, facendoci riflettere su quanto effettivamente nelle tragedie la fanno sempre più semplice di quanto non sia in realtà, ma a questo è destinato il suo eroe.

“Io tutto questo amore non ce l’ho, va bene, non ce l’ho!”, urla disperato Timi/Amleto quando Ofelia si presenta da lui per la prima volta chiedendo i pegni d’amore, vestita di bianco (“Appena scesa dalla torta?” la accoglie lui, scocciato), “Un uomo che vuole fare qualcosa di sé nella vita non può avere l’amore necessario per far felice una donna! Mi piacerebbe, certo, essere così spontaneo da prendere sottobraccio una promessa, prendere il treno e scappare via, ma io l’amore necessario per distrarmi da me stesso non ce l’ho”. Parole che vibrano di una condanna all’infelicità da cui non si può scappare. Come dal palcoscenico, che non a caso è circondato da una scenografia fatta di sbarre come fosse una gabbia. Come la vita, appunto.

E cos’è la vita, se non un palco su cui ognuno di noi interpreta la sua parte, infinitamente condannato a farlo? Per rispondere a questa domanda, Timi utilizza un mostro sacro come Shakespeare, dissacrandolo, mettendolo anche in ridicolo, ma la sensazione è che al suo modo di fare teatro sia concesso. Ci fa ridere, sfamando la nostra fame di pubblico con “le brioche”, ossia qualche gag intrisa di comicità facile dal risultato assicurato, che però ci lascia quasi disgustati (e quindi anche noi, pubblico, siamo destinati a ridere e quello faremo, anche davanti alla tragedia). Allo stesso tempo non ci risparmia dall’assaporare l’amarezza di questa realtà condannata ad essere tale, con il bellissimo monologo finale in cui Ofelia racconta la sua morte.

Certo, stiamo parlando di Filippo Timi. È eccessivo, a tratti irruento, è “troppo”: quello che Timi scrive e interpreta porta indubbiamente il teatro italiano a un punto di non ritorno e si pone un obiettivo, non lasciare indifferenti.

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