Archivio mensile:giugno 2015

Excalibur | La 25ª ora

Excalibur

ITALIA7 GOLD (canale 15) ore 21:10

Costato quanto uno stivale di Gandalf, Excalibur è la dimostrazione di come si possa fare un fantasy senza necessariamente usare i fatturati di Cina e Giappone messi insieme.

Sopra le righe in tutto, eppure incredibilmente posato, è intriso di dialoghi dal gusto arcaico, in linea con le ambientazioni barocche e i personaggi stilizzati. Non cerca veridicità storica, ma sceglie di rimanere fedele allo stile dell’epica cavalleresca mischiando realtà e finzione, leggenda e mito, traendo la sua forza da una regia sapiente che accompagna la narrazione, esaltandone i momenti epici come quelli drammatici e spingendosi costantemente oltre all’eccesso, sfiorando il kitsch senza mai toccarlo.

Attraverso la storia di Re Artù, dall’ascesa al declino, racconta della bramosia di potere, di responsabilità e obblighi, di amore e tradimenti, di moralità e peccato. Un viaggio di due ore alla conquista di regni e denaro che diventa un viaggio alla scoperta di se stessi e si conclude laddove era iniziato in un percorso circolare che sa di sconfitta, ma anche di possibilità di riscatto.

La 25ª ora

RAI MOVIE (canale 24) ore 21:15

L’ultimo giorno di libertà per Monty Brogan prima della detenzione è l’occasione, per lui e per noi spettatori, di ripercorrere la sua vita travagliata e segnata da scelte errate, fatte per la voglia di denaro e dettate dal desiderio di una vita facile e agiata.

Una storia rivista forse, ma che assurge a metafora dell’America post 11 Settembre, dilaniata da una tragedia annunciata frutto dei suoi stessi errori, come il carcere per il protagonista, interpretato da un Edward Norton in stato di grazia. Metafora che si rivela nello sguardo fugace al Ground Zero (prima volta al cinema) e nel monologo allo specchio, vero e proprio manifesto, forse molto retorico e un po’ qualunquista, ma è lo sfogo di un uomo stanco e incazzato con un mondo in costante conflitto con se stesso.

Tratto dal libro omonimo di David Benioff (il creatore di Game of Thrones), il film si riempie di domande senza avere delle risposte, è la resa dei conti di un individuo qualunque che diventa, citando Paolo Mereghetti, “una meditazione sulle prospettive di sopravvivenza di un’America che la tragedia non sembra aver reso più matura”

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La Cosa

ITALIA2 (canale 35) ore 21:10

Parlare di un film del genere è molto difficile, perché si è detto e scritto talmente tanto che ogni parola rischia di entrare nella sfera del superfluo o del “già sentito”. Come sempre il consiglio principe è quello di recuperare ciò che potete della grande quantità di materiale reperibile sul web e non solo, perché ne vale davvero la pena.

Un gruppo di scienziati in Antartide e una sostanza extraterrestre parassita che prende le sembianze delle persone che infetta sono la base di partenza per mettere in luce due temi chiave: la critica della società e la critica dell’individuo. Se inizialmente ad essere percepito come nemico è l’alieno, perché tendiamo a riconoscerci nei nostri simili e ci immaginiamo al loro posto, man mano che si va avanti con la visione ci si rende conto che in realtà è l’uomo stesso il nemico della propria specie. Non a caso l’essere proveniente da un altro mondo è chiamato attraverso il termine generico “La Cosa“, in quanto può essere qualsiasi cosa, qualsiasi elemento esterno che metta in discussione le false certezze sulle quali abbiamo costruito il nostro mondo idilliaco. Ed infatti la caccia all’alieno si trasforma ben presto in una caccia all’uomo, il bene e il male si confondono e l’ambiguità prende il sopravvento: entrambe le specie si rendono protagoniste di atrocità, ma mentre La Cosa lo fa per mancanza di alternativa e per puro spirito di sopravvivenza, l’uomo è spinto solo dall’odio e dalla cultura del sospetto, e anche quando potrebbe avere un’altra opzione, la scelta finisce sempre col preferire l’individualismo sul collettivo, l’egoismo sulla solidarietà.

Carpenter è la dimostrazione di come si possa usare l’intrattenimento come mezzo per portare avanti una poetica d’autore senza spocchia né ammiccamenti, perché sa come usare il genere: non cerca mai lo shock fine a se stesso né usa inutili virtuosismi (guarda caso caratteristiche peculiari del 90% degli horror odierni); i momenti action sono sporadici, quelli splatter indimenticabili e non si mangiano il film, ma lo portano a un livello di completezza esemplare (grazie anche al grande Rob Bottin che ne ha curato gli effetti). Un film compiuto in ogni sua parte: ogni inquadratura è un’opera d’arte, ogni interpretazione da manuale, ogni scena da ricordare, fino a un finale che vale una monografia.

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Via dalla pazza folla

Dal 24 Settembre al cinema

A tre anni da Il Sospetto, Thomas Vinterberg torna al cinema con un adattamento del romanzo omonimo di Thomas Hardy. L’opera è molto cinematografica, perché predilige il materiale visivo a quello verbale, e la trasposizione è abbastanza fattibile. Due sono le cose dalle quali non può prescindere il regista: la prima è la cura nei dettagli scenografici, data la minuziosità di Hardy nel descrivere gli ambienti e i luoghi; la seconda è l’accuratezza nella caratterizzazione dei personaggi, specie la protagonista femminile, che nel film è interpretata da Carey Mulligan. Il trailer suggerisce che il primo punto sia stato centrato, sul secondo c’è da attendere la visione, ma c’è fiducia considerando la qualità delle precedenti pellicole di Vinterberg. Bisogna vedere però come ha cercato di mettere in scena uno dei concetti cardine delle opere dello scrittore britannico e cioè il rapporto uomo-natura, l’equilibrio che si stabilisce e il fallimento di chi cerca di rompere tale armonia. Il pericolo numero due è il lieto fine del romanzo, che in Hardy voleva dire “speranza” e ritorno all’equilibrio di cui sopra, ma che può facilmente trasformarsi in qualcosa di melenso e stucchevole.

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Appuntamento a tre

locandinaLA5 (canale 30) ore 21:10

Quando iniziai a vedere questo film anni fa avevo delle aspettative vicine allo zero, convinto che avrei visto una di quelle commediette americane patinate, stupide e volgarotte, che in fondo sono solo il modo odierno di fare propaganda, per narrare di quanto sia bello, giusto e solido il pezzo di America tra il Canada e il Messico. Una di quelle pellicole da guardare svogliato mentre fai altro, tra un boccone e una chiacchierata, che ti strappano qua e là qualche sorriso disteso. E invece finii per seguirlo con attenzione, i bocconi li relegai agli innumerevoli spazi pubblicitari e le chiacchierate al dopo serata. Chiarisco: ci troviamo comunque di fronte a un prodotto da sitcom “allungata”, con un epilogo che più classico di così si muore, ma agli elementi consueti del genere alterna delle trovate divertenti e non banali, con uno stile di regia che a tratti cerca di uscire dagli schemi abituali.

Negli anni di American Pie e dei vari cloni, trovare una commedia del genere non era per niente facile. Una via di mezzo tra l’impegnato e il rozzo che riesce a parlare di omosessualità con leggerezza, enfatizzando i classici luoghi comuni, ma smontandoli attraverso la risata, senza cadere in inutili volgarità che avrebbero finito con l’avvalorare tali preconcetti. Non osa mai e non vuole farlo, preferisce rimanere all’interno del “godibile” senza strafare, facendolo diventare il suo punto di forza. Le gag spesso sono le solite rigirate mille volte, ma è la chimica tra gli attori a fare la differenza, a parte Dylan McDermott che cane era e cane è rimasto, nonostante continuino a farlo lavorare.

Ovviamente non incassò una mazza. Ovviamente ad essere preso come modello fu American Pie, perché alla fine sono i soldi che fanno la differenza, non la qualità. Ovviamente qualcuno potrebbe iniziare a fare le pulci a questo film trovando tutti i difetti, e magari è lo stesso che ogni Natale paga 7 euro per andare a vedere De Sica e Boldi. Ovviamente non è Woody AllenJohn Landis, non ci troverete colpi di genio, ma nemmeno la ruffianeria e la falsa morale tipiche dei giorni nostri. E alla fine ciò che realizzi è che si può essere spensierati senza per forza spegnere il cervello.

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Una vita da cinefilo

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