Anime nere

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L’errore più grande che si può fare nell’approccio a questo film è considerarlo un gangster movie, o almeno nel senso classico del termine. Peggio se si prova ad accostarlo a Gomorra. Il film di Garrone è legato a una condizione culturale e geografica ben precisa e delimitata, partiva dalla strada per farci rendere conto che la brutalità è concreta e può nascondersi nel nostro vicinato, tra le mura in cui viviamo o in mezzo ai banchi di scuola. Anime nere, invece, assurge a dramma universale, come universale è diventata la mafia, non più circoscritta a dei confini regionali, bensì nazionali.

La vicenda è un incontro/scontro fra tre fratelli e tre modi di vivere, ognuno con le sue contraddizioni. Il maggiore, Luciano, è rimasto ancorato alla sua terra, illuso di poter vivere una vita normale in un microcosmo dominato dai clan mafiosi; il minore, Luigi, è un trafficante di droga, il criminale vecchia maniera; il secondo in ordine di età, Rocco, è il nuovo che avanza, l’affarista cresciuto riciclando denaro illecito che si nasconde dietro le apparenze di una casa sfarzosa e una famiglia rispettabile. L’illusorio equilibrio delle loro vite si rompe quando Leo, il figlio di Luciano, spara a un bar protetto dal clan del posto ed esprime la volontà di percorrere le orme dello zio Luigi. È il pretesto per ritrovarsi ancora una volta e misurarsi con le loro differenze e i loro rancori che riaffiorano da un passato violento e sofferto.

Il lato “gangster” si risolve in pochi minuti: nella foto del padre dei tre fratelli, ucciso dalla ‘ndragheta, fissata dal figlio ribelle di Luciano; nella scena al porto olandese, dove Luigi tratta il commercio di droga; in quella a Milano che ci mostra Rocco intento a pagare in nero gli operai.
Da qui in poi prende corpo una sorta di tragedia di stampo familiare, in cui lo sfondo criminale è un pretesto per mostrare i contrasti interni a una famiglia cresciuta in un ambiente sporco e nero come le loro anime. Non c’è mai il sole ad illuminare i luoghi percorsi, così come non c’è mai accenno di salvezza, l’odore di morte pervade azioni e dialoghi e ogni personaggio ne è responsabile, nessuno è esente da colpe.

Francesco Munzi ci mette del suo ad elevare artisticamente l’opera. Sceglie attori sconosciuti o quasi che tengono benissimo la scena senza forzature da macchietta e uno stile di regia che non vuole invadere la scena, ma preferisce rimanere in disparte, lasciar parlare i luoghi, sempre tristi e freddi, e i personaggi con le loro interazioni. Non serve nient’altro, e questo basta per spiegarci senza sottintesi che la violenza genera violenza in un circolo vizioso cui non pone fine nemmeno la morte.

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